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Fortunatamente non è andata così.


POLITICA
L'unità sindacale non è un valore, l'opportunismo neanche
15 novembre 2008

L'Italia ha bisogno di rinnovare il proprio sistema di relazioni industriali. Sul piano legislativo, delle prassi, delle strategie degli attori, delle scelte dei lavoratori, della regolazione delle risorse pubbliche.

Questo cambiamento passerà anche attraverso la rottura del mito dell'unità sindacale. Non c'è motivo di sperare che gli attori sindacali, paradossalmente fin troppo plurali ormai nel nostro Paese, si presentino sempre coalizzati e con identiche richieste ai tavoli di contrattazione e ai tavoli di gestione di fondi pubblici destinati ai lavoratori e alle attività bilaterali.

Non c'è motivo per continuare ad osservare adesioni ai sindacati stratificate ideologicamente e non determinate di volta in volta in base alla proposta di servizi e politiche contrattuali. In una società complessa e in un sistema produttivo frammentato, slegato dalle ideologie e non più appoggiato sulle classi sociali, il sistema di relazioni industriali deve potersi basare su pluralità e diversità delle organizzazioni coinvolte.

C’è bisogno di una competizione positiva tra modelli di sindacato e modelli di relazioni sindacali. I lavoratori sceglieranno sempre di più la propria adesione sindacale
sulla base di differenti proposte di contrattazione, sulla base di visioni del lavoro, del sindacato stesso, del contratto e delle relazioni di lavoro.

Non è pericoloso quindi che la CGIL talvolta non firmi un contratto o smetta di essere il socio di maggioranza di una coalizione, la cosiddetta “triplice”, che per troppi anni ha spartito silenziosamente potere e risorse in parti eque, peraltro ignorando giovani e outsiders.

L’ammodernamento però passa anche attraverso altre innovazioni. Se i sindacati devono abbandonare il loro collateralismo e tagliare ogni rapporto con la politica, altrettanto devono fare le organizzazioni datoriali; prima tra tutte Confindustria presso i cui congressi nazionali e locali Silvio Berlusconi si presenta sempre più spesso in vesti di fatto non istituzionali, dialogando di politica, elezioni e facendo coincidere programmi elettorali, proposte di governo e richieste degli imprenditori.

La modernizzazione passa anche attraverso la fine della cooptazione di sindacalisti ai vertici dirigenziali di enti e aziende pubbliche. Perchè mai Berlusconi ha nominato alla presidenza di Poste Italiane un sindacalista CISL? Stanno avvenendo degli scambi tra sindacati filogovernativi e Governo?

L’innovazione ha bisogno anche di maggiore controllo dei lavoratori sulla strada che prendono le risorse affidate ai sindacati per formazione e sicurezza, e maggiore attenzione ai numerosi distacchi sindacali imboscati nella politica o chissà dove.

Non ho paura di scendere in piazza il 14 novembre per l’Università e la Ricerca senza la CISL. Non mi spaventa che il mio prossimo contratto non venga firmato dalla CGIL. Mi spaventa scoprire che uno sciopero generale venga indetto perché Berlusconi ha fatto uno sgambetto o che un protocollo venga firmato perché il ministro del Lavoro è amico d’infanzia di un segretario confederale. Soprattutto mi spaventano le cene segrete. Rischiano di divenire "cene dei cretini". La Thatcher non aveva bisogno di nascondersi mentre modernizzava il Regno Unito.

Andrea Bernardi


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ECONOMIA
Ei fu. Siccome immobile, il Prestito Ponte
12 novembre 2008
Il Commissario Europeo ai Trasporti Tajani, dall'alto delle sue competenze e della sua autorevolezza ed indipendenza ha deciso quanto segue.

1) L'operazione CAI aumenta la concorrenza nel settore dei trasporti aerei italiani.
Ah Si?

2) C'è discontinuità aziendale tra la vecchia e la nuova Alitalia.
Ah Si?

3) Il prestito ponte è giudicato aiuto di Stato quindi dovrà essere restituito.
Cioè la bad company (in mano al ministero del Tesoro, e colma di debiti) dovrà ripagare allo Stato il prestito ponte di 300 milioni di euro. I soldi, stanziati da Prodi nella misura di 300 e non 100 milioni su richiesta di Berlusconi ed erogati dal nuovo Governo Berlusconi, erano richiesti dalla cordata per concludere l'offerta di acquisto.

Quindi, ricapitolando.

Il padre del ministro ombra del PD, Colaninno, Marcegaglia, il futuro partner straniero eccetera, non dovranno restituire ai cittadini italiani il prestito ponte.
Una compagnia piena di centinaia di milioni di debiti, di proprietà dello Stato, dovrà restituire ai cittadini italiani i 300 milioni di prestito ponte.

Ovvero i 300 milioni sono fottuti.

Però, però, però... l'italianità è salva.

PS: vedi foto, Lombroso avrebbe notato inquietanti somiglianze tra Tajani e G. W. Bush.
ECONOMIA
Indovinate il decreto salva banche da dove prende i soldi?
11 ottobre 2008

Indovinate il decreto salva banche da dove prende i soldi? 

DECRETO-LEGGE 9 ottobre 2008, n. 155

Misure urgenti per garantire la stabilità del sistema creditizio e la continuità nell'erogazione del credito alle imprese e ai consumatori, nell'attuale situazione di crisi dei mercati finanziari internazionali...

articolo 7. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, sono individuate per ciascuna operazione di cui al presente articolo le risorse necessarie per finanziare le operazioni stesse. Le predette risorse, da iscrivere in apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, sono individuate in relazione a ciascuna operazione mediante: a) riduzione lineare delle dotazioni finanziarie, a legislazione vigente, delle missioni di spesa di ciascun Ministero, con esclusione delle dotazioni di spesa di ciascuna missione connesse a stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse; alle spese per interessi; alle poste correttive e compensative delle entrate, comprese le
regolazioni contabili con le regioni; ai trasferimenti a favore degli enti territoriali aventi natura obbligatoria; del fondo ordinario delle universita'; delle risorse destinate alla ricerca; delle risorse destinate al finanziamento del 5 per mille delle imposte sui redditi delle persone fisiche; nonche' quelle dipendenti da parametri stabiliti dalla legge o derivanti da accordi internazionali;

dalle università...

che sia per placare i camionisti cileni o i mercati, cosa c'è di meglio che tagliare i fondi della ricerca?

un lucano.


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So cazzi amari.
7 ottobre 2008

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90 giorni / 270 milioni
6 agosto 2008

Sono trascorsi 90 giorni dall'insediamento del Governo Berlusconi e dalla decisione di bloccare l'integrazione Alitalia Airfrance.

Costo per gli italiani: 270 milioni di euro.


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POLITICA
Forum PD
15 luglio 2008
Iscrivetevi e partecipate numerosi ai due forum tematici del PD moderati da mario e mario.

http://dimensioneinternazionaledellavoro.gruppi.ilcannocchiale.it/


http://capitaleumanoeconomiaglobale.gruppi.ilcannocchiale.it/


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La robin tax: toglie ai poveri per dare allo Stato
30 giugno 2008

I prezzi dei carburanti iniziano già a scontare la prossima applicazione della cosiddetta robin tax, che teoricamente dovrebbe togliere ai ricchi per dare ai poveri. Invece toglierà ai poveri per dare allo Stato.

Il prezzo dei prodotti e dei servizi salirà almeno il tanto necessario a compensare la maggiore tassazione; lo Stato incasserà più tasse che saranno pagate indirettamente dai cittadini che consumano beni e servizi dei settori incriminati, tutti i cittadini.

Mi chiedo io, se si vuole fare scendere il prezzo della benzina e si ritiene che ci siano extraprofitti, ad esempio, in questo settore. Perchè il soggetto economico di ENI, il Tesoro, il prof. Tremonti, non chiede agli amministratori da lui nominati di abbassare i prezzi? La fetta più consistente dei dividendi di ENI, ovvero la maggior parte degli extraprofitti incriminati, sono incassati dal Tesoro. Ma non si agisce sulla politica di dividendo, né sulla strategia commerciale, né sulle accise (il cui taglio causerebbe un calo del gettito fiscale), bensì sulle imposte sulla società che lo Stato controlla e i cui dividendi incassa. A me sembra una presa in giro.

Ezio Mario


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Alitalia, ecco fatto: un patriottico e autarchico fallimento italianissimo
21 aprile 2008

La profezia dei nostri post più recenti su Alitalia sta per realizzarsi. L'offerta Airfrance è volata via. Chi si professa liberista ha fatto sfumare la vendita della compagnia. A chi è accusato di statalismo è stato impedito di vendere un'impresa di cui tutti, a parole, da 15 anni vogliono disfarsi. Molto bene. Ogni giorno, insieme al caffè e al cappuccino gli italiani continueranno a versare il loro obolo miliardario per sanare i debiti dei sindacalisti senza vergogna, delle hostess rozze e sciatte, dei facchini che mettono le mani nelle nostre valigie e bloccano i nastri trasportatori, dei piloti più coccolati del mondo, dei dirigenti più incompetenti del Paese. Molto bene. Continuiamo a pagare questa tassa quotidiana. L'abbiamo voluto noi. Congratulazioni a tutti.

post 1
post 2

La Repubblica oggi


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POLITICA
Alitalia Vendesi. A tranci.
2 aprile 2008

La profezia del nostro post della passata settimana sta per avverarsi. Le sparate del candidato Silvio Berlusconi, opportunamente coadiuvate dalle stronzate del sindacato, dai dubbi di mezzo centro sinistra, dall'opportunismo di mezzo centro destra e dall'ignoranza dell'altra metà del centro sinistra, stanno per allontanare definitivamente Airfrance.

Prepariamoci al fallimento. Prepariamoci allo spezzatino con svendita di Alitalia.

mario b


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ECONOMIA
Il voto appeso a una cordata
26 marzo 2008

Galapagos
Il Manifesto, 26 marzo 2008

Giorgio Chinaglia, mitico bomber della Lazio, anni fa affermò che era pronto a lanciare un'Opa sulla sua ex squadra. In parecchi sentirono odore di bruciato. Intervenne la Consob e per Giorgione finì male, sommerso da una serie di accuse pesanti: aggiotaggio e turbativa dei mercati. Oggi la storia si ripete, con Alitalia, ma la Consob, ufficialmente, resta alla finestra, anche se il presidente dell'Autorità, Lamberto Cardia, lancia dalle pagine del Sole 24-ore un ultimatum: «La politica rispetti le regole del mercato». Cardia sarebbe stato molto più chiaro se avesse affermato: «Berlusconi, rispetti le regole del mercato»....
Per Berlusconi il mercato è l'ultimo dei problemi. Non a caso ieri il Wall Street Journal ha scritto che «più che liberal, Berlusconi è un corporativo». Vi sembra normale l'affermazione del cavaliere che avvisa: sarà il prossimo governo, cioè io sicuro vincitore delle elezioni, a decidere sull'Alitalia. Poi ha aggiunto: nel futuro non ci sarà Air France, ma una cordata di imprenditori italiani tra i quali sarà presente mio figlio. Chi altro avrebbe potuto fare una affermazione simile, senza ritrovarsi con i carabinieri dietro l'uscio?
Ieri in borsa le azioni di Alitalia sono volate: in chiusura i titoli segnavano un guadagno di oltre il 33% e c'è chi ha guadagnato palate di soldi facendo trading sulle voci di un intervento diretto di Berlusconi nella vicenda. Non è il leader dell'attuale opposizione a pompare i mercati con un aggiotaggio senza precedenti? Che differenza c'è tra le dichiarazioni di Chinaglia e le sue?
Le difficoltà di Alitalia non nascono oggi: nel 2001 quando Berlusconi andò al governo, era già evidente che la compagnia di bandiera era sull'orlo di una crisi senza ritorno. Ma Berlusconi e Tremonti non fecero nulla per Alitalia. Anzi fecero di peggio: avallarono le ipotesi leghiste di una fusione per l'incorporazione di Alitalia in Volare, una piccola compagnia aerea del Nord. Ma Volare è fallita prima che il progetto si realizzasse. Oggi il cavaliere non trova di meglio che fare di Alitalia un tema di campagna elettorale, attaccando Prodi e Padoa Schioppa per nascondere le sue responsabilità. Anzi, la sua irresponsabilità, come ha sottolineato sempre ieri il Wall Street Journal facendo osservare che se Alitalia fosse stata privatizzata alcuni anni fa lo stato avrebbe incassato più soldi e gli esuberi sarebbero stati minori.
Alitalia ha offerto a Berlusconi lo spunto per tornare sulle prime pagine dei giornali, tagliando l'erba sotto i piedi a Veltroni. In Italia nessuno è felice di cedere Alitalia ai francesi, ma l'ipotesi dell'italianità della compagnia (avanzata da Air One con l'appoggio di Banca Intesa) purtroppo non aveva gambe per camminare. A questo punto l'unica soluzione che rimane è quella - dolorosa per i dipendenti - di una trattativa con Air France. I sindacati la stanno facendo. Berlusconi invece «gioca» sulla pelle delle lavoratori, puntando unicamente a una manciata di voti in più che il Nord potrebbe dargli, per essere stato lasciato a terra.


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ECONOMIA
Paese che vai, Stampa che ti meriti
13 marzo 2008


La nostra è pessima.
Maria T

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POLITICA
Foto sotto: "prendila te quella col pisello, che si innamori di te la signorina rambo"
26 febbraio 2008

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SCIENZA
Happiness Religionomics
4 gennaio 2008

Sono stufa stufa stufa, guarda sono veramente stufa, come diceva Giampiero Fiorani a proposito di Lamberto Cardia nella famosa estate del quartierino. A me personalmente Cardia non ha fatto nulla, ma così per dire. E sono così stufa che, per quanto out of the closet in quanto presunta intellettuale di destra, mi sono autoinvitata su marioemario, incidentalmente l’unica testata disposta a pubblicarmi. Colgo l’occasione per ringraziare il munifico comitato direttivo.

Repubblica.it oggi ci informa che “Il perdono aiuta la nostra salute, ma solo se è sincero”. Stupore e meraviglia, tanto da meritare un rimando in prima pagina. Il relativo articolo illustra “i benefici psicologici e fisici che si innescano quando si smette di provare risentimento, rancore, rabbia, sostituendoli invece con sentimenti positivi”.

È il momento della felicità: con qualche anno di ritardo sul conferimento del Nobel a Daniel Kahneman, i mezzi di comunicazione di massa italiani stanno scoprendo il corpus di studi in psicologia, neuroscienze ed economia che si occupano di cosa ci fa sentir bene. Per quanto il tema possa suonare un po’ comico, in realtà si tratta solitamente di lavori appoggiati su una metodologia solida, si tratti di analisi di regressione o di risonanza magnetica funzionale. Il lettore scettico è rimandato a una certa qual mole di letteratura specialistica, che si rintraccia senza difficoltà partendo da Wikipedia. In versione inglese, magari, altrimenti c’è il rischio Romina Power.

Più o meno dal 1975 a oggi, chi si occupa di questi argomenti ha offerto utili evidenze quantitative per fatti di cui avevamo consapevolezza per vie apparentemente più evanescenti. Ecco il cosiddetto paradosso di Easterlin, professore alla University of Southern California: la povertà è brutta, ma una volta raggiunta una certa soglia il denaro non rende felici, tant’è che nel tempo il benessere soggettivo cresce più lentamente del prodotto pro capite. Più che di essere ricchi, c’importa di essere all’altezza delle aspettative, nostre o altrui; ma le aspettative si adattano alle condizioni, quindi siamo da capo.

Oppure, si vedano i risultati di Frey e Stutzer, due compìti docenti svizzeri che sono riusciti a sdoganare la felicità presso autorevoli riviste economiche: è vero che le condizioni materiali incidono sul benessere, però sono molto più importanti le relazioni familiari e sociali. Sono più felici i credenti degli atei: lo segnalano l’inglese Clark da Parigi e l’ungherese Lélkes da Vienna, ma anche i nostrani Becchetti e Bruni (Luigino, non Carla).

Chi è più felice in età giovanile tende a vivere più a lungo e a guadagnare di più, come riporta lo psicologo Ed Diener dall’Illinois. Risultato di quest’estate, da una squadra di neuroscienziati della George Mason University in Virginia: quando spendiamo denaro per gli altri, almeno in parte si attivano nel nostro cervello gli stessi centri di ricompensa e benessere che entrano in funzione quando riceviamo un pagamento per noi stessi. Si può anche distinguere l’effetto, più debole, della contribuzione coatta ad un bene pubblico da quello, più forte, del dono volontario ad una causa caritatevole.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma non è necessario. Torniamo invece all’inizio. L’eminente quotidiano, dopo averci segnalato che il perdono è cosa buona, ci rassicura sul fatto che non è nemmeno così difficile: “Proprio come correre o giocare a tennis, il perdono è qualcosa che si può imparare allenandosi: ci sono corsi specifici, in cui si comincia a stare meglio anche dopo poche sedute.” Scientology ha comprato Repubblica?

Eppure non sembra: un’accurata verifica di altre sezioni del sito riporta a concetti più familiari (heh), direttamente dalla voce del direttore, come “In realtà il Vaticano e le diocesi italiane stanno assordando da anni gli italiani con lo sventolio dei loro interessi e dei valori usati per ricoprirli”. O “Mi stupisce che questo messaggio così platealmente tradito venga fatto proprio da cattolici che dicono d'esser pervasi dalla fede ancorché l'abbiano a loro volta tradita nei comportamenti della loro vita privata.” È irrilevante quale sia il messaggio “platealmente tradito”, potrebbe essere una cosa qualsiasi e di solito lo è: non cambia la conclusione, ovvero che non è Scientology a esercitare il controllo, ma l’idiozia.

Ci si domanderà a questo punto che c’entrino gli studi sulla felicità con il pensiero di Scalfari. È esattamente la stessa domanda che mi ponevo io leggendo l’articolo sul perdono. Premetto che la risposta, ovviamente, è frutto d’induzione e non di deduzione, contrariamente ai risultati accademici prima citati. L’induzione non genera, di per sé, il falso, ma lascia aperte molte più possibilità d’errore. In altre parole, interpreto quindi per definizione non so se ho ragione, e questo mi squalifica in eterno dalla possibilità di scrivere un editoriale su Repubblica.

Ecco, per quel che vale, una piccola alternativa eversiva.

Il secolarismo sbaglia soprattutto perchè si fonda su una visione frammentaria del soggetto. Poi per forza vengono fuori frasi come “La vendetta potrà anche essere dolce, ma il perdono alla lunga è molto meglio. Se ne sta accorgendo anche la scienza.” Come dire: una cosa sono le considerazioni morali, una cosa è invece se ci sono le prove, tutt’altro discorso. Nel caso specifico dello sfortunato articolo, la scelta linguistica implica persino un certo rispetto per, che so, la filosofia. Pur salvo dallo scientismo più becero, tuttavia, l’approccio non va ancora bene.

Quello che potrebbero dirci, tutti questi commentatori della felicità, è: e se tutti questi risultati indicassero che c’è una struttura? Ipotesi rivoluzionaria: Dio esiste, ha creato l’uomo, e a quest’uomo ha dato un potente strumentario di conoscenza. L’oggetto ultimo della conoscenza è Dio stesso, mediato q. b. dal mondo naturale. Nella cassetta degli attrezzi c’è la Rivelazione (continua e vivente, nel caso cattolico; puntuale e completa, nel caso protestante), ma anche l’intelligenza analitica e intuitiva, la corporeità sessuale e non, le facoltà emotive. Il tutto sarebbe armonico e uniformemente orientato al divino se non fosse per il peccato originale. Ora è spezzettato nella pratica, mai nell’imago: come dire che tutto tende allo stesso punto ma non tutto ci arriva insieme, sia in senso micro sia in senso macro.

Non abbiamo una prova in questo senso, ma solo indizi; se ci fosse la prova matematica, cadrebbe l’importanza della libertà, e avremmo la religione più cretina della storia. Bisogna sempre stare attenti a come usare i suggerimenti: l’immanentismo è bello perché è vario, ma una cosa è ricordarsi del centuplo quaggiù, un’altra dimenticarsi della teodicea. Se mi si passa la citazione pop, lo stesso Dio ha creato la febbre tifoide e i cigni, e il potere della preghiera non funziona come una macchinetta a gettoni. Intuiamo la divinità, ma siamo pur sempre altra e povera cosa.

Assunto quindi che ci si deve andar cauti con le inferenze, come peraltro è evidente a chiunque confronti la vita terrena di Giovanni Paolo II e quella di S. Maria Goretti, è comunque difficile non trovare affascinante la simmetria tra i risultati degli studi sulla felicità e la dottrina cristiana, cattolica in particolare ma non solo. Stiamo meglio se perdoniamo, se dedichiamo tempo a relazioni con gli altri, se abbiamo figli, se riconosciamo Dio, se ci impegnamo nelle decisioni che ci riguardano. La ricchezza materiale ci è senz’altro d’aiuto, ma non è risolutiva; è possibile inoltre che ci interessi più l’equità dei presupposti che l’eguaglianza dei risultati.

In sintesi: è meglio essere nel mondo, ma non del mondo, il che non è esattamente una novità. Il fatto che questa conclusione si raggiunga da molte strade diverse dovrebbe lasciare sì attoniti, ma per la finestra che apre sull’unitarietà delle cose, non perché si può finalmente seguire un apposito corso (suggerimento: ce ne sono di gratuiti e si chiamano, di norma, “Catechismo”). Sono consapevole che adesso i soliti noti mi potranno dire: ma guarda che così non dimostri niente, il fatto che i principi del cristianesimo e le determinanti del benessere soggettivo siano affini prova proprio il contrario. Altro che driver neurali per il riconoscimento della creazione: abbiamo messo in piedi la religione per i nostri comodi, identificando come virtù morali quei comportamenti che danno piacere.

A questo punto, però, e solo per dare una delle tante risposte possibili, non sono chiare le ragioni della discrasia odierna tra morale secolare e cattolica. È solo una questione di piacere immediato contro piacere differito? Oppure si deve ricorrere al solito complotto di lungo periodo, condotto da Stati e Chiese maligni al fine di ingannare e mortificare l’uomo comune?

Bah. Sarà pure, ma non mi convince.

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"Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così.
La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta.
Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine."
Francesco De Gregori









Mario Tony N.

Today, the fresh challenges beckon.
In 1997, we responded. In 2005, we have to respond again. Some day, some party will make this country at ease with globalisation. Let it be this one. Some day, we will forge a new consensus on our public services. Let it be us who believe in them and let us do it now. Some day, some party will respond to the public’s anger at the defeatism that has too often gripped our response to social disorder. Let it be the Party that understands compassion as well as firmness is the only way a true community can be made. Let ours be the Party, the one with the values of social justice, equality, fairness, that helps Britain turn a friendly face to the future. When we made a decision about bidding for the Olympics, I’ll be honest. I didn’t think we could do it. But I also thought, come on, at least give it a try. And it was a risk. But we proved something important in taking it. That Britain was a country not just with memories but with dreams. But such nations aren’t built by dreamers. They rise by the patient courage of the change-maker. That’s what we have been in New Labour. The change-makers.
That’s how we must stay. hen the fourth Election can be won and the future will be ours to share.
Tony Blair 
27 september 2005
Labour Party Conference



Mario Gordon B.


Direttore di banca: dottor Di Girolamo, posso farLe una domanda? È una curiosità personale

Di Girolamo: Prego.

Direttore di banca: perché ci tiene così tanto che i suoi soldi siano contati dagli impiegati e non dalle macchinette conta soldi?

Di Girolamo: non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini, direttore. Il giorno che accadrà sarà un giorno sbagliato.

 
Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono:"Perchè?"
Io sogno le cose come non sono mai state e dico :"Perchè no?"
Robert Kennedy

Non c'è vergogna nell'essere felici.
Ma c'è vergogna nell'essere felici da soli.
Albert Camus, La Peste

Se l'uomo fosse più buono, potrebbe guardare le stelle.
Mario b


Due anni fa, in prima magistrale mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita.
Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra.
Strisciavo alle pareti, per non essere visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia della mia famiglia.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari.
I contadini del piano mi parevano sicuri di sè. Gli operai non se ne parla.
Oggi ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti
di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi.
E la timidezza dei poveri è un mistero più antico.
Non glielo so spiegare io che ci sono dentro.
Forse non è ne viltà ne eroismo. E' solo mancanza di prepotenza. ...
Lettera ad una professossoressa - Scuola di Barbiana







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