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Fortunatamente non è andata così.


L'evoluzione dell'introversione di una città
12 novembre 2008



Fase 1
Non si costruiscono metropolitane per tutelare il patrimonio archeologico

Fase 2
Si scava a mezzi con il Vaticano un enorme parcheggio sotto il Gianicolo (oggi sempre deserto) e notte tempore si gettano in discarica i resti di una villa romana.

Fase 3
Non si abbattono alberi neanche se scende in terra Sant'Antonio. Ove necessario come al cantiere Fucksas dell'EUR si provvede a trasportare delicatamente gli alberi in periferia al costo di 50 mila euro cadauno.

Fase 4
Gli scavi archeologici dell'Appia Antica hanno tagliato le radici a dozzine di pini che crollano ad ogni botta di ponentino.

Fase 5
Cartagirone e company costruiscono l'anima de li mortacci loro intorno al raccordo anulare, circondando la capitale con una sorta di linea Maginot di cemento armato. Tutto ok secondo il piano regolatore di Veltroni.

Fase 6
A piazza Venezia si abbattono pini e palme secolari perchè il sovraintendente deve cercare 4 cocci della malora per concludere la comprensione della città antica. E si scava. E si scava. Ma che te scavi!?

Fase 7
I romani muoiono di traffico e cancro da smog. In particolare quelli che abitano nei quartieri Cartagirone non hanno che le solite stradine dove accodarsi ogni mattino ed ogni sera.

Fase 8
La città da tempo non guarda al futuro e vive male il presente.

Fase 9
Non resta che scavare anche noi un cunicolo dove rifugiarci nella nostra introversione.

Fase 10
Sta città già stava andando a puttane con Veltroni, ormai, la stiamo proprio perdendo.
Addavenì baffone ma alla fine aspetta e spera non è mai venuto.

Mario b


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permalink | inviato da marioemario il 12/11/2008 alle 20:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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"Roma è raffigurata come il fantabosco. Non è così.
La cultura è migliorata; ma la cultura è una ciliegina sulla torta.
Non si fa una torta solo con le ciliegine, e non se ne parla parlando solo di ciliegine."
Francesco De Gregori









Mario Tony N.

Today, the fresh challenges beckon.
In 1997, we responded. In 2005, we have to respond again. Some day, some party will make this country at ease with globalisation. Let it be this one. Some day, we will forge a new consensus on our public services. Let it be us who believe in them and let us do it now. Some day, some party will respond to the public’s anger at the defeatism that has too often gripped our response to social disorder. Let it be the Party that understands compassion as well as firmness is the only way a true community can be made. Let ours be the Party, the one with the values of social justice, equality, fairness, that helps Britain turn a friendly face to the future. When we made a decision about bidding for the Olympics, I’ll be honest. I didn’t think we could do it. But I also thought, come on, at least give it a try. And it was a risk. But we proved something important in taking it. That Britain was a country not just with memories but with dreams. But such nations aren’t built by dreamers. They rise by the patient courage of the change-maker. That’s what we have been in New Labour. The change-makers.
That’s how we must stay. hen the fourth Election can be won and the future will be ours to share.
Tony Blair 
27 september 2005
Labour Party Conference



Mario Gordon B.


Direttore di banca: dottor Di Girolamo, posso farLe una domanda? È una curiosità personale

Di Girolamo: Prego.

Direttore di banca: perché ci tiene così tanto che i suoi soldi siano contati dagli impiegati e non dalle macchinette conta soldi?

Di Girolamo: non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini, direttore. Il giorno che accadrà sarà un giorno sbagliato.

 
Alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono:"Perchè?"
Io sogno le cose come non sono mai state e dico :"Perchè no?"
Robert Kennedy

Non c'è vergogna nell'essere felici.
Ma c'è vergogna nell'essere felici da soli.
Albert Camus, La Peste

Se l'uomo fosse più buono, potrebbe guardare le stelle.
Mario b


Due anni fa, in prima magistrale mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita.
Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra.
Strisciavo alle pareti, per non essere visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia della mia famiglia.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari.
I contadini del piano mi parevano sicuri di sè. Gli operai non se ne parla.
Oggi ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti
di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi.
E la timidezza dei poveri è un mistero più antico.
Non glielo so spiegare io che ci sono dentro.
Forse non è ne viltà ne eroismo. E' solo mancanza di prepotenza. ...
Lettera ad una professossoressa - Scuola di Barbiana







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